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154 Cuore infermo

egli la fissò con tanta meraviglia, che Beatrice ne arrossì. D’allora in poi, non si fece mai più sorprendere in quei momenti di contemplazione. Non di rado era solamente il servo che veniva ad annunziarle che era servita. Passava nella sala da pranzo, mobiliata tutta in legno di Sorrento, ridente, gaia, con qualche raggio di sole che filtrava per le gelosie e accendeva i cristalli nitidi dei bicchieri negli scaffali. Faceva colazione a suo agio, prendendo il suo tempo, senza quasi accorgersi di essere sola. La servivano silenziosamente con taciti inchini. Pure un giorno che si voltò, vide il servo sorridere. Non gli disse nulla, ma provò dispetto di quel sorriso. Comprendeva bene di che si trattasse: aveva le sue teorie sui pettegolezzi dei servi. Poi si strinse nelle spalle e non vi pensò più. Vi dovevano essere molti di quei sorrisi ed altro ancora nelle anticamere, nelle cucine, nelle scuderie; nè si potevano impedire, anche volendo.

Dopo, ella faceva due o tre giri, a mo’ di passeggiata, nella casa. Non si poteva scendere nel parco, all’una, a causa del troppo sole. A quell’ora si trovava veramente un po’ disoccupata. Nelle giornate estive, il pomeriggio è molto lungo, troppo lungo. Pure finiva sempre per trovare molte cose da fare. Capitava il maggiordomo a parlare di conti; giungevano lettere da Napoli; veniva qualche visita; la sarta aveva mandato due abiti nuovi, il tappezziere chiedeva istruzioni per i cangiamenti invernali a palazzo di Monte di Dio. Ella faceva di conto, discorreva, scriveva, esaminava abiti e merletti. Alle quattro e mezzo usciva a fare la sua passeggiata nel parco, andando lentamente pei viali, con lo strascico che serpeggiava dietro lei. Talvolta usciva in vettura, arrivava fino a Vico Equense e tornava, talvolta a cavallo, ma allora prendeva le viottole. Era