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172 Cuore infermo

fantastica, non vi sono abissi o precipizi. In quella notte di settembre l’idea del nero è scomparsa. La natura si annega nel latte, si affoga in una dolcezza incommensurabile.

Marcello fece un moto. Beatrice, levandogli gli occhi addosso, gli disse sottovoce:

— Ti dà fastidio la coda del mio abito? Vuoi che la raccolga e la metta sul sedile?

— Non lo sento neppure il tuo abito — disse egli senza guardarla, tenendo il capo rivolto verso il mare. La sigaretta era spenta.

Ella si strinse nelle spalle. Poco a poco il cappuccio, che non era fermato sui capelli, era scivolato e caduto sulle spalle, senza che ella se ne accorgesse. La bella testa rimaneva libera; i capelli neri, stretti in due trecce, erano riuniti alla sommità del capo; dietro l’orecchio, lambendo il collo, un gruppo di garofanetti bianchi. La nuca restava nuda. Ora ella accompagnava leggermente col capo il movimento della carrozza, quasi volesse addormentarvisi. In verità, sentiva penetrarsi lentamente dalla mollezza carezzosa del raggio lunare; dalla nuca pareva che i benefici raggi penetrassero per tutto il corpo, sfiorando l’epidermide, producendo un delicato piacere, piccoli brividi, una sensazione di lieve calore. Agitando il capo appena, i fiori le strisciavano sul collo, il che la faceva sorridere. Una volta chiuse gli occhi; ma riaprendoli, come una visione fluttuò davanti al suo sguardo e le parve di essere vestita tutta di bianco, in una carrozza bianca, fra una collina di argento ed un mare candido. Ebbe un momento di paura. Ma tutto in un momento ritornò alla realtà. Pure quel paesaggio rimaneva strano, inverosimile, troppo candido in quella notte di settembre.

— Che buon odore — disse Marcello fiutando l’aria.