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188 Cuore infermo

— Che ora è, Marcello?

— Le undici e mezzo. Sei tu stanca? Debbo io andarmene?

— Sì, sono stanca — riprese ella, distendendosi nella poltrona americana, su cui era andata di nuovo a sdraiarsi — ma tu non andartene.

— Hai sofferto troppo questa sera...

— No, no, taci. Non parlarmi di questo... Dimmi di altro...

— ... Non so.

— Cerca, cerca qualche cosa di molto soave, di molto lento da dirmi. Fammi sentire la tua voce raddolcita dall’amore carezzarmi la guancia come un lieve bacio. Raccontami una bella istoria, un’istoria non vera, ma tutta candida. Il mondo è molto nero, Marcello...

— Un’istoria d’amore, cara? — disse egli, cercando racconsolarla come ella voleva. Quando vedeva quella donna umiliarsi nella bontà e nella dolcezza femminea, lo prendeva una grande pietà di lei.

— Sì, se vuoi. Cerca, amor mio, di allontanare le torbide visioni che mi agitano...

— Non pensarvi — egli mormorò — è già troppo triste la vita vera, per rendere malinconica anche quella dei sogni. Ascolta, Lalla, io so di un uomo che soffrì molto; eppure egli ebbe molte ore di grande felicità. Era un poeta; e quell’obblio che altri chiedono al vino, all’alcool, all’assenzio, all’haschich, all’oppio, quei paradisi artificiali, quelle ebbrezze prima gaie e leggiere, poi plumbee ed amare, egli le trovava nella sua fantasia. Come altri ha il dono della grazia, egli aveva il dono del sogno. La sua fantasia lo ubbriacava poco a poco. Che cosa sognasse, quali sconfinati orizzonti si aprissero al suo sguardo, quali sorrisi, quali trionfi, quali voluttà formassero il suo gaudio, egli non disse: ma usciva