Pagina:Cuore infermo.djvu/211

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Parte quinta 211

— Più tardi, è vero — approvò la padrona di casa. — Ma la Montuoro è fortunata; sarà levata di letto quando incominceranno i balli. Avremo una stagione brillante, Caranni?

— Si dice molto, ma nulla è ancor sicuro — rispose il più famoso dei direttori di cotillons. — Alla Filarmonica ne avremo tre; uno alla duchessa della Mercede; due in casa Della Marra; due dalla San Demetrio. E null’altro.

— Un numero discreto; bisognerà seriamente pensarci alle nostre toilettes: scriverò a Parigi — disse la bella Giovanna. — Sai nulla tu, Amalia, se la Sangiorgio aprirà i suoi saloni quest’anno?

— Credo di sì: lo dovrebbe. Non l’ho vista ancora, quando è ritornata da Sorrento... Forse verrà oggi...

Il servo annunziò tre o quattro nomi maschili. E subito dopo la contessa Mornile con le due figliole. Una evoluzione avvenne nel salone, dopo la loro entrata. Tre gruppi, poco lontani, si formarono. Un gruppo di signore, in mezzo Amalia Cantelmo; un gruppo di uomini attorno a un tavolo, un gruppetto formato dalle signorine Mornile e Montefermo. Le conversazioni diventavano parziali. Le voci si facevano discrete. Ogni tanto, quando un silenzio sopravveniva fra le signore, si udivano gli scoppiettii di risa delle signorine che parlottavano fra loro. Gli uomini parlavano sottovoce, con sorrisi maliziosi, occhieggiando alla sfuggita le signore e le signorine.

— Conte Màrgari? — chiamò Amalia.

— Contessa? — fece quegli avazandosi alquanto.

— Ci date notizie del San Carlo?

— È probabile l’apertura, contessa, per i quindici o venti dicembre — rispose il vecchio e cortese melomane.