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216 Cuore infermo

magno, Amalia accoglieva le nuove arrivate con una cordialità nervosa, imbarazzandosi, cercando loro un buon posto. Tutte le conversazioni erano sospese. Non per la marchesa di Monsardo: era conosciuta da tanto tempo ed il suo intrigo con Mario Revertera non destava più alcun interesse. Ma la contessa D’Aragona, che si faceva vedere scarsamente in pubblico e su cui correvano le più strane voci, valeva la pena di essere squadrata e studiata minutamente. Col suo abito nero e giallo di raso, con i braccialetti ed il monile di ambra profumata, in quella acconciatura troppo fantastica, dai colori sfacciati per abito da visita, col viso delicatamente, ma chiaramente imbellettato, con la febbre del suo sguardo, ella era molto interessante per quella società frivola e leggiera. Ella aveva salutato quasi tutti nel salone, perchè li conosceva; a Beatrice un grazioso inchino ed uno di quei sorrisi frementi che le scoprivano i dentini.

Ora nel circolo regnava un po’ d’imbarazzo. Gli sguardi si rivolgevano spesso a Beatrice ed a Lalla. La Sangiorgio continuava a discorrere con Fanny senza distrarsi mai, guardando con molta scioltezza attorno a sè. Solo non s’era alzata per salutare la sua madrina, la Monsardo. Lalla D’Aragona guardava spesso Beatrice, sorridendole qualche volta, volgendo la testa dalla sua parte, come se volesse discorrere con lei. Ma erano un po’ distanti.

— Vorresti andartene? — chiese sottovoce Fanny a Beatrice.

— No: rimango. Grazie, cara. — E come un velo di lagrime le fluttuò innanzi agli occhi, lagrime subito disseccate dal fuoco dell’orgoglio che l’ardeva.

— Siete stata ammalata, cara Beatrice? — chiese la Monsardo dal suo posto, col suo falso sorriso.