Pagina:Cuore infermo.djvu/217

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Parte quinta 217

— No, matrina mia. Sorrento è una bella villeggiatura.

— Oh! bellissima! — esclamò Amalia. — Quest’altro anno non andrò in quello sfrenato Castellamare; andrò a Sorrento.

— Io trovo Sorrento molto triste; vi sono stata presa dalla nostalgia: — disse Lalla. — Non le pare, duchessa Sangiorgo?

— Secondo le posizioni, contessa: — rispose Beatrice.

— Ma la villa Torraca è accanto a villa Sangiorgio: — esclamò il marchesino Caranni, gettandosi storditamente in mezzo alla conversazione.

— Ebbi allora il piacere di esserle vicina senza saperlo, duchessa.

La Sangiorgio s’inchinò come per annuire e per ringraziare. Gli astanti si sentivano sollevati. Ognuno pensava che quelle due donne erano persone di spirito. Infine non vi era da aspettarsi alcuna scena. Ognuno ricominciava a pensare ai proprii interessi. Lo spettacolo non aveva più nulla d’attraente: anzi non vi era punto spettacolo. Se la duchessa Sangiorgio e la contessa D’Aragona si parlavano con tanta calma, era segno d’una freddezza d’animo ammirabile. Al postutto si trovò naturale che fossero così. Due dame non si saltano agli occhi, nevvero? Neppure scambiano una parola pungente; sarebbe cattivo gusto. Tanto meglio, dunque. I ventagli si agitavano di nuovo. I dialoghetti erano ripigliati al punto dove erano stati interrotti.

Solo Amalia non osava volgersi al lato dove stavano sedute Beatrice e Fanny. Si ostinava a parlare con Filomarino, animandosi in una conversazione di cui non le importava niente. Tendeva l’orecchio per udire se qualche altra visita traversasse il salone contiguo. Impallidiva