Pagina:Cuore infermo.djvu/219

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Parte quinta 219

che le ripetesse di nuovo, con maggiore insistenza: «vattene dunque, vattene di qui.» Non seppe resistere: si alzò.

— Oh! Te ne vai di già? — chiese Amalia accorrendo.

— È già tardi, cara. Ho passato più di un’ora qui. Ci rivedremo presto.

Intanto Beatrice salutava in giro. La Monsardo la trattenne un minuto, tenendola per la mano, raccomandandole di andare a vederla. Era la madrina o no? Se ne sarebbe lagnata col padre. E come un’eco fedele...

— Il duca Mario Revertera, il duca Marcello Sangiorgio — annunciò il servo.

Beatrice esitò un istante, poi continuò il suo giro di saluti. Un inchino ed un sorriso alla contessa D’Aragona, mentre il duca di Revertera contemplava la sala, fermato sulla soglia, sorridendo finemente. Sua figlia aveva proprio ereditata da lui tanta graziosa disinvoltura. Suo genero rimaneva accanto a lui, un po’ stordito, con la sua ciera di giovane invecchiato, con la persona accasciata nel costume elegante.

— A rivederci papà, a rivederci Marcello: — disse Beatrice, passando in mezzo ad essi.

— A rivederci, Beatrice; hai bisogno di compagnia? — chiese il padre.

— No, ho la carrozza.

Ed uscì nel salotto con Amalia.

— Ti assicuro che è stato un caso... — mormorò costei, rimasta sola con Beatrice.

— Non importa, taci — rispose l’altra, temendo una spiegazione maggiore.

Veniva Marcello.

— Beatrice... vuoi che t’accompagni? — diss’egli, senza guardarla.