Pagina:Cuore infermo.djvu/221

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Parte quinta 221

ella sentì calmarsi e addolcirsi l’asprezza della sua agitazione. La casa dove ella aveva trasfuso l’amabile tranquillità del suo spirito, doveva renderle la pace. Ne visitava ogni stanza, con un piacere muto che le ridava il possesso di sè stessa. Erano proprio quelle le linee pure, grandi, esteriori che avevano dilettato il suo sguardo; erano quelli i colori schiettamente armonici, in gradazioni sapienti che non offendevano l’occhio; era quello l’interno grandioso, senza velature e senza ombre che ella aveva desiderato. Nei salotti erano trascorse tante ore leggiadramente placide, nelle sue gradite occupazioni; nei saloni aveva ricevuto, conversato, sorriso, compiacendosi nella compagnia delle amiche e degli amici; nella sua bella camera aveva passato tante notti tranquille, dal sonno lungo e benefico. Tutto questo sarebbe ricominciato; anzi ricominciava. Il passato, quel passato che le era sembrato tanto lontano, tanto da rimpiangersi, ecco, ricompariva. La casa doveva essere il balsamo della sua ferita. La villeggiatura di Sorrento non era stata che un lungo tumulto. Adesso ella si abbandonava alla sua stanchezza, una dolcissima stanchezza senza sonno. I bei giorni ritornavano dunque. La pace rientrava in quell’anima conturbata. A poco a poco dimenticava; e talvolta chiedeva a sè medesima, se Sorrento non fosse stato un sogno spaventoso. Una notte, forse, s’era addormentata male e l’incubo aveva minacciato soffocarla. Adesso era libera; il suo petto si sollevava in un sospiro di soddisfazione. Avrebbe rifatta la sua solita vita, quella che più le piaceva; avrebbe dimenticato completamente.

Ma due giorni dopo il suo arrivo, rivide Marcello che tornava da una escursione di quattro giorni a Roma. Stettero assieme, pallidi, muti, egli affranto dalla fatica, ella col viso tramutato, più grave, quasi indurito e chiuso.