Pagina:Cuore infermo.djvu/223

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Parte quinta 223

metteva la tetraggine nell’anima. Seduta dinnanzi allo specchio, ella vi rimaneva a lungo, con le mani in grembo, guardandosi senza vedersi; talvolta era un pezzo che la cameriera aveva finito di pettinarla ed ella se ne restava ancora là, gli occhi vaganti, le labbra socchiuse, tutta la persona abbandonata ed inerte. Pensava di dover uscire per fare qualche visita; ma questa decisione si faceva sempre più pallida, sempre più indistinta, vagolava nel cervello come un’ombra, e Beatrice non si vestiva, rimaneva sepolta nei merletti della sua veste da camera. Istintivamente andava a prostrarsi sul cuscino di velluto del suo inginocchiatoio, apriva il libro in madreperla e pregava per molto tempo. Quelle preghiere, che prima ella pronunziava con un fervore mediocre, le cui parole prima le scendevano sull’anima senza impressionarla, ora la scuotevano profondamente. Vi ritrovava i gridi affannosi, simili a quelli di un naufrago nella tempesta; vi ritrovava le impressioni di un amore di fiamma che partiva da un focolare corruscante; vi ritrovava quelle esclamazioni di umiltà affettuosa, che si annulla nell’adorazione del Divino, e il libro le cadeva dalle mani senza che se ne accorgesse, mentre ella pregava ancora, balbettando le ultime parole dell’orazione, ripetendo sempre: «Dio mio, Dio mio!» senza pensare più, senza sentire più...

Ma si rialzava di là muta, ghiacciata, senza che la fiamma della fede le avesse riscaldato il cuore, senza che la dolcezza della grazia celeste fosse discesa a consolarla. La forma del misticismo non appagava il suo spirito. Si elevava in uno slancio tutto il suo essere verso il cielo, ma qualche cosa d’irresistibile lo riattaccava alla terra; piangeva talvolta in una dolcezza divina, ma erano lagrime quiete e fredde. Ella desiderava la voluttà delle lagrime amare e cocenti, che scavano un