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224 Cuore infermo

solco nelle guance e nell’anima. Questo desiderio terrestre la distaccava dal cielo, la faceva rialzare scontenta, insoddisfatta, irritata dalla preghiera. Allora ricorreva alla lettura. Sempre il leggere l’aveva calmata e dilettata. Spettatrice indifferente, la lotta della vita ritratta nella novella, nel romanzo, nel dramma l’aveva interessata molto superficialmente. Le parole che leggeva le ronzavano nell’orecchio come un grato mormorìo. Qualche volta aveva detto fra sè: questo è bello, questo è brutto, questo è sciocco. Spessissimo: questo è assurdo. Ora non più. Ella diventava variabile, volubile: senza una ragione si lasciava prendere da una semplice storiella, ci s’interessava, quasi che nulla esistesse di più vero, addolorarsi, rallegrarsi, incatenandosi a quel libro. Ovvero la vinceva un disgusto di quanto era scritto; il libro era un ammasso di falsità, d’ipocrisie, di bugie sfacciate; la nauseava come un cattivo spettacolo; ne odiava l’autore. Ovvero riceveva impressioni profondamente contradditorie: un libro triste la faceva scoppiare in un riso convulso, irresistibile, che finiva per farle male; un libro gaio, dove lo spirito di buona lega brillava e sprizzava, la rendeva lugubre. Un poema stupendo non le destava un pensiero, mentre un versetto le mandava le lagrime agli occhi. Si svegliava l’indomani, mormorando quel verso; ogni tanto nella giornata lo ripeteva sottovoce o mentalmente, provandone sempre la medesima impressione. Si rammentava un verso solo di una lunga poesia, che aveva tutta scordata, di cui non conosceva l’autore, una poesia che vagamente le sembrava aver letto in una strenna, un verso solo che non intendeva e che la rendeva pensosa:

Pietà del mondo non avrai, meschina.

Quando lo aveva ripetuto a sè stessa, un cruccio infinito, incomprensibile la struggeva.