Pagina:Cuore infermo.djvu/225

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Parte quinta 225

Alle volte un pensiero armonioso, ma quasi lontano, quasi indistinto, le vagava nella mente. Pareva un pensiero fatto a meandri, a curve indefinite che le sfuggivano, si perdevano in una nebbia; pareva un pensiero musicale, melodico, fatto di vibrazioni aeree, come i profumi, come la luce. Ella cercava leggere le note di quel pensiero musicale nella sua mente, cercava discernere se fosse una melodia già creata, un ricordo di musica udita altre volte, oppure una idea nuova. Così le sue dita impazienti scorrevano sui tasti bianchi e neri del pianoforte, frugando in tutti i motivi conosciuti, tentando qualche accordo vago che rispondesse al suo pensiero, che ne fosse la forma viva. Spesso questa forma le sfuggiva ogni momento, era introvabile e lei si ostinava a ricercarla, passando le ore al pianoforte, obliando il tempo. A volte le sue ricerche erano felici e il pensiero trovava la forma. Allora quella musica diventava l’iniziale della sua giornata; si compiaceva ricominciarla e finirla cento volte, ora più allegra, ora più lenta, variandola, allargandola, con un piacere solitario. Quando si alzava dal pianoforte sentiva ancora vagarle nell’anima quella musica misteriosa, di cui non conosceva e non voleva conoscere le parole; dopo quelle ore, sotto l’impero di quel tormento soave, si ritrovava stanca, abbattuta, quasi malata.

Nelle collere improvvise che la assalivano contro la sua debolezza, gittava i libri, chiudeva rumorosamente il pianoforte, voleva distrarsi, voleva ridiventare energica, sottrarsi al languore morbido che se la prendeva. Aveva cominciata una trina in seta bianca, lievissima, un lavoro di pazienza e di attenzione, uno di quei capolavori della moda e della ricchezza; ma non ci durava un quarto d’ora. I pensieri se ne andavano, e lentamente le dita cessavano il loro vivace movimento. Ogni tanto

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