Pagina:Cuore infermo.djvu/241

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Parte quinta 241

presto. Dalla sera prima in cui aveva scritta la lettera definitiva a Marcello, era stata molto inquieta. La notte non aveva punto dormito. Due o tre volte aveva risvegliato Giulio, dicendo che udiva rumore nella camera. Erano i ladri, i fantasmi: aveva paura. Ci era voluto del bello e del buono per indurla a quietarsi. Solo al mattino si era addormentata di un sonno leggero e nervoso. Del resto quella sua agitazione le sembrava deliziosa. Finalmente arrivava a qualche cosa di molto drammatico; il suo romanzetto era giunto al culmine. Poteva prendere l’attitudine di una donna che ha un terribile segreto da nascondere. Anzi nel mattino aveva provato il gusto di avere dei rimorsi: rimorsi a proposito di Beatrice. Infine era un’amica affezionata ed ella la tradiva. Ma, in fondo, questa idea del tradimento dava una nuova aureola al suo intrigo, che senza essa sarebbe rimasto un po’ volgare. Poi aveva pensato che Marcello avrebbe potuto disprezzarla. Dio! Che stupenda e terribile cosa essere disprezzata dall’uomo che si ama! Il suo amore non doveva finire come tanti altri. Voleva qualche cosa di fine, di eccezionale. Una donna come lei non si arrischiava per le solite tresche amorose che le si agitavano dattorno. Sì: ma che sarebbe avvenuto a Capodimonte? L’incontro come sarebbe accaduto? Che viso avrebbe Marcello? E lei stessa avrebbe arrossito e impallidito? E dopo, dopo? Queste domande che rimanevano senza risposta, quelle supposizioni strambe, quell’ignoto occupavano la sua fantasia.

Si fece vestire troppo presto. Abito spigliato, corto, succinto, un costumetto attillato, dove la lana ed il raso grigio si mescolavano in un intreccio sapiente, di cui Worth aveva stabilito le teorie. Sembrava più piccina del solito, coi riccioli biondi che scappavano di sotto il