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288 Cuore infermo

— Che fai dunque?

— T’amo.

— Anch’io. Non dirmi più nulla.

Ed i minuti passavano sui loro cuori riuniti, in una lentezza dolce, in una calma beata. D’un tratto ella trasalì. Egli si chinò un momento a guardarla, quasi la interrogasse.

— Nulla — disse lei, chinando le palpebre.

Ma di nuovo un grande brivido le passò per la persona. Ella si staccò vivamente, con un gesto brusco.

— Che hai?

— Niente, niente.

— Come niente? Impallidisci, tremi, ti senti male, amore?

Ella lo tranquillizzò con un gesto; ma pareva che un piccolo affanno le togliesse la parola. Il petto ansava.

— Sto bene — rispose lei con un moto vago, passandosi la mano sulla fronte. — Sto bene; è un capogiro...

— Cara, cara, tu mi spaventi! Ma certo è l’aria soffocante di questo salotto; vuoi schiudere la finestra?

— Sì, sì, apri, perchè io respiri.

Marcello corse ad aprire i vetri; ella lo seguì con un'occhiata smarrita. Ma quando ritornò, trovò la forza di sorridergli.

— Stai meglio? Ti passa? Vorresti odorare qualcosa?

— Dammi la melissa; è su quella mensola.

Si sollevò un momento, odorando la melissa. Ma rimaneva diffuso sul volto, come una maschera bianca, un pallore malaticcio. Di sfuggita, mentre Marcello volgeva gli occhi altrove, ella si guardò le mani. Poi con una grazia incantevole:

— Non vai da papà, oggi, Marcello?