Pagina:Cuore infermo.djvu/291

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Parte sesta 291

finava lentamente le braccia, le mani fredde, per ricondurvi a poco a poco il calore. Solamente dopo un’ora potette sentirsi alquanto equilibrata. Ma l’angoscia morale, ora, superava quella fisica di poco innanzi. Era esterrefatta, disperata. Non voleva essere ammalata, no, non voleva assolutamente essere malata. Non voleva morire, voleva vivere, voleva star bene, per amare Marcello, per essere amata da lui. Era stata così intensamente felice in quei due mesi d’amore! Perchè veniva la triste mano della malattia a darle una strappata? Voleva star bene, sempre, sempre. La malattia era inutile, la malattia era perfida, la malattia era cattiva. La sola cosa buona era l’amore, e con l’amore, Marcello. Doveva amare, lei, e non doveva essere ammalata. Doveva essere felice lungamente, come era stata, e non già morire. Che serve morire? Vivere, vivere bisogna — ed amare. E questa malattia, questa malattia! Come avrebbe fatto per non averla? per non sentirla? Ella pensava queste cose, seduta sul divano, ritta sul busto, con le mani in grembo, assalita da quella stanchezza sonnolenta, da quel torpore che segue ogni accesso del suo male. Il suo dolore tutto interno, senza un segno esteriore, ritornava, girava su sè stesso, con le medesime frasi, ingenuamente, fanciullescamente dolenti. Avrebbe voluto piangere, singhiozzare, torcersi le braccia, gridare, ma era come immobilizzata, con un’apparenza di statua, mentre dentro ferveva una vita alacrissima. Poi si stancò anche di quell’attività. La prendeva una certa calma. Rinasceva un’aura di speranza, a blandire l’acutezza della sofferenza. Chissà! Forse quello, come più violento, era l’ultimo accesso. Forse la malattia aveva avuta la sua crisi, si era determinata, si era decisa ad andar via, a disertare quel cuore che si doveva consacrare tutto all’amore. Coraggio adunque; quella