Pagina:Cuore infermo.djvu/303

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Parte sesta 303

a quella soave mestizia, da uno struggimento singolare. A lei si gonfiavano gli occhi di lagrime.

— Perchè piangi? — le chiedeva lui turbato, commosso.

— È meglio che io pianga, mi fa bene.

Ella si rasciugava le guancie col fazzoletto, si passava una mano sulla fronte, quasi a scacciarne la sua idea fissa, faceva un moto della persona, come se rigettasse indietro il suo fardello, si rialzava, si versava una boccetta di profumi sulle mani, riannodava i suoi capelli disciolti e veniva di nuovo a lui, domandandogli:

— Eccomi: usciamo, restiamo, facciamo qualche cosa?


Così si dava ai divertimenti, ai piaceri, con una foga tutta nervosa di donna assetata. Sempre avendo daccanto il suo Marcello, appoggiata al suo braccio, senza lasciarlo mai; s’amavano all’aria aperta al cospetto della gente, ed ella prodigava la sua esistenza di donna amata e ricca. Quella stagione invernale fu per lei un lusso straordinario, incredibile, quasi pazzo. Buttava via i suoi abiti, dopo averli portati solo due volte, come se l’avessero infastidita. Si copriva di merletti preziosi, che lacerava allegramente in una notte di festa, con una gaiezza forzata, con le mani nervose. I gioielli più splendidi luccicavano sulla bianchezza delle spalle e sui bruni capelli; ogni giorno si faceva venire a casa, sceglieva, nel capriccio di un momento, i più strani, i più costosi gingilli. Faceva la scelta con Marcello, che si consolava vedendola interessata a qualche cosa; perdevano del tempo a discutere gravemente, con molti e vari argomenti. Ella rideva talvolta, ma di un riso sprizzato, troppo squillante, come una coppa di cristallo che si