Pagina:Cuore infermo.djvu/305

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Parte sesta 305

febbre delle cose belle, ne voleva dappertutto, ne metteva dappertutto, le stanze ne erano ingombre, il lusso diventava esuberante, strabocchevole. Una confusione regnava. Continuamente ella faceva cangiar di posto i mobili, le sculture, i quadri, mutando gusto ogni giorno. Talvolta s’irritava, si desolava:

— Il salotto grigio è stupido, è vuoto, è inerte.

E ordinava si rifacesse tutto da cima a fondo. Nulla la soddisfaceva; un’aria di scontento era sempre nel suo viso; si fermava a pensare, con una profonda attenzione, ad un nuovo capriccio. Spesso non sapeva inventare più niente.

— Tutto è esaurito, tutto — esclamava, con una espressione di sconforto.

— Cerchiamo qualche cosa di molto strano — le diceva suo marito, che si faceva trascinare volontieri nel turbine dei desiderii incomposti di Beatrice.

— Ohimè! ohimè! non vi è più nulla — aggiungeva lei sempre più sconfortata.

Ed egli si occupava seriamente per ritrovare un aspetto nuovo, una nuova sensazione, una nuova impressione. La sua immaginazione balzava, sussultava, ardeva, si consumava, si scomponeva come quella di sua moglie. Vivevano così uniti, erano diventati tanto una persona sola, che si rassomigliavano, si imitavano, si seguivano per tutte le vie. Si mettevano insieme a vagheggiare qualche piacere delicatamente raffinato. Sognavano, tutti due, di fare una grande sorpresa all’altro. Ma non riuscivano; s’intendevano dalla prima parola, dalla prima occhiata. Appena uno proponeva qualche cosa di molto bizzarro, l’altro accoglieva la proposta con entusiasmo, l’ampliava, la perfezionava. Poi non avevano ostacoli, erano così ricchi, così disposti a buttare dalle finestre il loro denaro!

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