Pagina:Cuore infermo.djvu/317

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Parte sesta 317

— Non ci penso, no — ripetette Beatrice, incrociando le mani in grembo. Ma potrei morire anche presto, caro.

— Quali funebri idee! Il tuo sogno ti ha sgomentata.

— È vero, non parliamone. Eppoi non vi sarebbe una ragione che io morissi — finì ella, sorridendo stranamente.

Un’altra volta, alle tre del mattino, la trovò fuori il balcone, curvata sulla ringhiera, guardando nell’oscurità.

— Soffocavo nella camera — gli rispose ella — non potevo rimanere a letto. Questa primavera è di una dolcezza troppo grande.

Così ogni tanto, sempre più spesso, di notte, ella accendeva tutti i lumi della sua camera, spalancava le finestre ed i balconi, lasciava entrar l’aria. Non aveva sonno, non poteva dormire. In realtà, il giacere sul letto le diventava insopportabile; in realtà, aveva paura di morire, nella notte; Marcello, senza intendere il perchè, si lasciava attirare anche lui da questo nuovo capriccio. Tutto quello che veniva da Beatrice, lo seduceva; tutte le stravaganze di lei lo affascinavano. Quelle ore solitarie della notte gli parevano un tesoro acquistato; gli pareva si fosse raddoppiata la sua giornata di amore. Per un poco rimanevano al balcone, ella che si abbandonava appena sulla spalla di lui, nel suo invincibile languore; egli la reggeva, mentre un calore primaverile scendeva dal cielo a riscaldare quella notte di aprile. Non scambiavano che rade parole, rade e mestamente soavi. Rientravano. Ella desiderava passeggiare da una camera all’altra, appoggiata al braccio di lui, fermandosi ogni poco, presso un quadro, presso un mobile, lasciandosi trascinare. Una volta che arrivarono davanti al grande crocifisso in avorio bianco su velluto azzurro:

— Vuoi tu pregare meco, Marcello?