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316 Cuore infermo

da una tenerezza quasi infantile davanti a quella donna che rappresentava il suo dono di felicità.

Non se ne andò che mal volentieri, in punta di piedi, per non risvegliarla; si mise da capo al lavoro, mosso solo dall’idea di sbrigarlo per essere libero l’indomani. Erano lettere arretrate, conti arretrati, che si accumulavano da un mese; scriveva al duca Revertera che era andato in Sicilia un’altra volta, attrattovi dalla vecchia e rugginosa catena della Monsardo. Fatalmente Marcello ritornò alla sua preoccupazione... — «La salute di Beatrice — scriveva — non mi soddisfa per nulla...». Si alzò di nuovo a questo punto, senza sapere perchè, ritornò da Beatrice. A tempo. Ella era scivolata dai cuscini e la testa penzolava dalla sponda del letto, i capelli disciolti lambivano il tappeto; una mano si aggrappava al merletto dell’origliere, quasi facesse un vano conato per rialzarsi; l’altro braccio penzolava, la mano raggricciata nel vuoto; il viso rosso, quasi violetto; le vene del collo, delle tempia, gonfie, grosse, quasi nere. Egli la rialzò in un lampo, la ripose supina, la chiamò con un’angoscia indescrivibile, le bagnò di acqua la fronte, le fece odorare delle essenze, si disperò attorno a lei, non sapendo che cosa farsi. Ella non rinvenne che dopo un quarto d’ora, guardandosi attorno, attonita, palpando con la mano, con quel gesto vago e doloroso di chi non ritrova più la terra.

— Che è avvenuto? — chiese poi.

— Io non lo so; t’ho trovata penzoloni dal letto, col sangue che ti andava al cervello. Dormivi?

— Credo — disse lei, pensando un poco. — Credo di aver avuto l’incubo... Sognavo...

— Che sognavi?

— ... Sognavo di morire.

— È l’incubo, cara; non pensarvi.