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98 Cuore infermo

— Io non amo Parigi — disse la D’Aragona, con un moto lento della testa — ma c’è una vita inquieta di grande città che mi seduce.

— Si finisce poi per provare un bisogno di pace — mormorò Marcello — che laggiù non si trova in nessun luogo.

— Nè altrove — disse recisamente Lalla.

Marcello s’inchinò un poco, senza rispondere.

— Del resto — riprese ella subito, quasi volesse raccogliere la conversazione caduta — io non amo che un paese solo....

— Nizza, nevvero? — chiese con un tono singolare Paolo.

— Appunto, Nizza. Si vive laggiù....

E i grandi occhi si fissavano nella profonda contemplazione di un punto lontano, tutto il volto si distraeva in una attenzione condensata e la bocca stretta, rossa, si chiudeva quasi volesse scomparire.

— E ci si muore bene — aggiunse poi, fissando l’un dopo l’altro i suoi interlocutori.

— Realmente, contessa — rispose Paolo, quasi scherzando, ma con voce tremante — fareste venire la voglia di prendere il treno diretto di domattina, per andare a seppellirsi laggiù.

— Senza scopo, Collemagno — diss’ella, con noncuranza. — Ci è stato lei, duca Sangiorgio, a Nizza?

— Da scapolo, sì. Volevamo, nel nostro viaggio di nozze, passarci al ritorno: poi.... non ci pensammo più.

— Se fate un viaggio di nozze, andateci voi, Collemagno — disse ella, morsecchiandolo col suo cattivo sorriso.

Egli non le rispose, voltando la testa dall’altra parte. Per fortuna la banda musicale cominciò a suonare lentamente una mazurka, motivo molle ed indeciso.