Pagina:Cuore infermo.djvu/99

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Parte terza 99

Lalla si mosse un poco sulla sedia. La musica parve l’agitasse. Intanto dalla sua persona, dal suo abito, dai suoi capelli si staccava un profumo forte, penetrante, che l’aria libera non riusciva a portar via.

— Sa lei, duca Sangiorgio, che noi siamo un po’ parenti?

— Difatti, i D’Aragona ed i Sangiorgio si sono due o volte alleati. Un’affinità triplicata, signora contessa.

— Quando venni a Napoli, ho cercato di suo zio, duca. Sapevo che sarei rimasta un po’ sola qui. Ebbi il piacere di vederlo due o tre volte. In seguito non più: la compagnia di un’ammalata non è piacevole per un uomo, sia anche vecchio....

E la voce si abbassò in un mormorio dolente. In quel momento, con l’abbandono di tutta la persona nelle morbide onde dell’abito che non ne celavano la magrezza, con quei tristi lividi degli occhi che si allargavano, quasi volessero divorare tutto il viso, ell’era una creatura misera e degna di compassione. Marcello la guardava, colpito, commosso nel suo cuore buono e leale, che non poteva veder soffrire una donna, o udir piangere un fanciullo.

Ma la musica, con un rapido colpo, attaccò la stretta della mazurka, un motivo trillato, perlato, un po’ affannoso. Lalla si scosse, si rianimò, diede un colpetto col piedino sullo scalino della seggiola, per far discendere l’orlo della sottana.

— Ad ogni modo, duca Sangiorgio, io spero che il nipote avrà maggior coraggio e buona volontà dello zio, nevvero? Il venerdì dalle due alle cinque.

— Il venerdì, giorno funesto — rispose poi ella, con un risetto stridente: — ci credete alla jettatura, voi Collemagno?