Pagina:D'Annunzio - Il libro delle vergini.djvu/23

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
18 il libro delle vergini

della respirazione diminuiva. Ma una tosse aspra scoppiava a tratti nel petto dell’inferma facendo sussultare le vertebre; una distruzione dolorosa della pelle e dei tessuti molli si compiva ai gomiti, alle ginocchia, all’estremità della schiena, di giorno in giorno. Quando Camilla si chinava su’l letto chiamando: — Giuliana! — la sorella tentava aprire li occhi, volgersi verso la voce. Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore torpido le occupava di nuovo il senso.

Ella aveva fame, ella aveva fame. Una bramosìa bestiale di cibo le torturava le viscere vuote, le dava alla bocca quel movimento vago delle mandibole chiedenti qualche cosa da masticare, le dava talvolta alle povere ossa delle mani quelle contrazioni prensili che hanno le dita delle scimmie golose alla vista del pomo. Era la fame canina della convalescenza del tifo, quella terribile avidità di nutrimento vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore. Una scarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti; nel cervello debolmente irrigato ogni attività ristagnava come in una machina a cui la forza motrice del liquido difetti. Soltanto, in quella materia disordinatamente ora si producevano certe vibrazioni determinanti certi atti che nella vita anteriore erano abituali; nè di quel lavorìo meccanico aveva