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lazzo di Brina entrava nella stanza; tutto il paese di Pescara, grande ospizio di rondini, cantava.

I due, in mezzo, ritti, parlarono del ritrovo imminente. Lindoro cercava con la sua loquacità vincere le estreme esitazioni della pulzella; poichè egli già teneva una parte della mercede, e l’adescava il resto. Li artifizi persuasori gli avvivavano le parole, li occhi, i gesti. Egli aveva nel fiato l’odore del vino, e nella faccia, su le tempia, pe ’l passaggio recente del rasoio, piccole macchie rosse e violacee. Mentre parlava, gli si scopriva la fila dei denti eguale e schietta, una di quelle forti chiostre che spesso armano le bocche plebee: la singolarità emergeva vivacemente dalla generale turpitudine dell’uomo.

Giuliana opponeva dubbii, paure, ad interrompere: ma già, poi che l’impudicizia a mano a mano sorgendo più calda dal fòmite del vino bevuto si insinuò nelle persuasioni del galeotto, ella cominciava a sentire quel calore d’afflusso in torno alli occhi, quell’intorpidimento della lingua, quei sordi colpi del sangue, che sono i sintomi dell’orgasmo amoroso. S’era ritirata a poco a poco verso il muro, appoggiandovisi. Dalle aperture, lasciate quà e là nell’abito per la furia del rivestirsi, si intravedevano lembi della biancheria sottostante, quei candori di lino che paiono essere qualche cosa della