Pagina:D'Annunzio - Laudi, III.djvu/227

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TERZO - ALCIONE

Dedalo d’Eupalàmo
280ateniese, artefice sagace,
perché due me ne foggi a simiglianza
l’uomo di molti ingegni, ma più forti,
ma con più grande numero di penne.„
E tolsi la bipenne
285che al cinto appesa avea dietro le reni:
con ella diedi nelle congiunture,
di muscoli e di tendini gagliarde
così che che resisteano al doppio taglio.
“Ahi che l’incude e il maglio
290e l’industria paterna non varranno
a radicarmi la virtù dell’ala
nella scapula somma„ io mi pensai
considerando, come il citarista
inchino su le corde,
295la tenacia del nesso tendinoso
che biancheggiava di color di perla
nel cruore. E la mente ne fu trista.
E trista fu la mozza ala, a vederla.
E, nel fuoco di sterpi fumigando
300la residua carne offerta al Sole,
io mi pensai: “Si duole
il dio solingo sul suo carro ardente
e non cura l’insolito libame.
La figlia sua nel simulacro infame


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