Pagina:D'Annunzio - Notturno.djvu/129

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notturno 117


Non è vero che la morte sia per tutti eguale.


Il superstite parla basso, non dal fondo del letto ma dalla profondità del sacrifìcio, dall’intimo di non so qual cripta piena di quella presenza potente che sorge dalle reliquie venerate. Ho tuttora la sua mano nella mia, e mi curvo verso il suo alito penoso.

Il petto mi si scava, per ogni parola che rappresenta a me vivo la mia morte, a me deluso la mia gloria. Sembra che il petto mi si vuoti delle cose carnali che respirano e palpitano, per riempirsi soltanto di quel sentimento inesprimibile che non è rammarico e non rimorso né rancore né dolore né furore, e non maraviglia né estasi né ricordanza, ma tutte insieme queste passioni senza scampo.

«Dimmi, dimmi.» L’eroe trascolorato s’affievolisce sempre più. Le