Pagina:D'Annunzio - Notturno.djvu/137

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notturno 125

tazione, l’inquietudine del mio esilio mi si trasformano in una sola massa di forza rovente. Tutto il passato confluisce verso tutto l’avvenire. Vivo alfine il mio Credo, in ispirito e in sangue. Non sono più ebro di me ma di tutta la mia stirpe.

Vólti vólti vólti, formati nella bragia carnale, stampati nel fuoco sanguigno.

Il tumulto ha il fiato di una fornace, l’ànsito di un cratere vorace, il croscio di un incendio selvaggio.

Trascino e sono trascinato. Salgo per incoronare e salgo per incoronarmi.

Una primavera epica mi solleva e mi rapisce, come se tutta quest’antica pietra trionfale fosse dispietrata da un succo purpureo.

Le risse delle rondini rasentano il cavallo verde di Marco Aurelio, che a ogni strido sembra sia per scavalcare l’Imperatore e per impennarsi verso il fato novissimo.