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166 notturno




Un sussulto più profondo che l’abisso dei miei stessi mali, più cupo di tutta la mia sostanza e di tutta la mia doglia.

Uno squasso atroce che sradica me da me, e mi scaglia in un orrore incognito di sangue e di spirito, dove non so se io rinasca o rimuoia.

Uno schianto senza urlo, che è come uno sforzo sanguinoso di generare, che è come il talione della madre sopra il figlio del suo strazio.

È mia madre! È mia madre! È mia madre, che s’appiglia alle mie ossa, si rivoltola nel mio buio, si rifò carne della mia carne, peso del mio calvario.

Era in me, dentro me, nel tempo della lotta e della furia. La portavo dentro me, com’ella mi portò, vivente in polso e in respiro.