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168 notturno

sono un chèrubo assunto da! soffio dell’Eterno.

Diceva: «Me! Me! Eccomi!» Aveva la sete dell’immortalità per il suo figlio che proteso era a compire i suoi fati.

«Eccomi!» E alla sorgente di sangue, che le scrosciava dal mezzo del petto, si dissetavano tutti i soldati.

Era un amore così folto che non mi lasciava scorgere s’io fossi la sua creatura o s’ella fosse la mia creatura.

Era un fuoco tanto splendente che non mi lasciava distinguere se imperfetto io ardessi di lei o se di me ella ardesse compiuta.

Era un sacrifizio tanto veemente che non sapevo s’ella fosse la mia madre o la mia patria, sospeso fra la culla e la tomba.

Né sapevo s’io le dessi la mia giovinezza rinata o s’ella riaprisse nelle mie ciglia rovesce i freschi occhi suoi di colomba.