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senza guanciale; spegne la lampada azzurra; mi raccomanda la pazienza; cauto esce.

Resto nel buio, supino e immobile come i dannati del terzo girone sotto la pioggia di fuoco. Le fiammelle sprizzano da me e mi ricadono addosso e mi bruciano e mi piagano. E non posso scuotere da me l’arsura come faceva «la tresca delle misere mani» laggiù nell’inferno. I miei gomiti sono confitti contro le mie anche. Muovo appena appena l’articolazione del polso. Le mie reni sono spezzate.

Che è mai?

Dianzi il dottore, dopo avermi sbendato, roteava dinanzi a me in tutti i sensi una fiamma, per misurare il campo visivo.

Ora quella fiamma si moltiplica in falde di fuoco penose.

E l’occhio mi brucia e mi lacrima; e l’amaro mi cola nella bocca.

E le falde a poco a poco si diradano e si ammorzano.