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notturno 213

per salire dalle radici del mondo al triplice solco della mia fronte d’uomo.


Oggi contemplo la morte vestita di non so che celeste pudore, quale me la mostrarono lassù, nel paese gotico, certe tombe terragne del dugento.

Gli occhi sono aperti come le corolle alla prima ora della luce; e le mani conserte sembrano già partecipare della vita eterna.


Penso all’arte di quel dio che, nel dì novissimo, rimodellerà i volti dei suoi eletti a simiglianza della sua bellezza recòndita.

Nel mio volto supino la lesione del tempo e della vita, a un tratto, sarà cancellata.

Ridiventerò giovine nel marmo del mio sepolcro, come i trapassati nelle stele funerarie degli EUeni.

Scolpito in piedi, terrò per la bri-