Pagina:D'Annunzio - Notturno.djvu/310

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
298 notturno


Quale ansia sgorga così dal corpo squarciato?

C’è un corpo convulso e sanguinoso; e in tutto quello strazio palpitante c’è un orecchio vigile, c’è un apice d’anima che ascolta e anela.

Giuseppe Maggiora non pensa se non all’arme sua. Vuole udire il tuono dell’arme sua. Il sangue gli cola dal naso nella bocca smaniosa.

«Or è quattr’anni, il 18 d’ottobre, comandante, eravamo a Bengasi. Se ne ricorda?»

Questa è la prima parola ch’egli dice a Buraggì quando lo vede: ricordo di guerra, ricordo di vittoria, scorcio eroico del tempo e dell’animo tra due sorti.

E ricomincia a smaniare per il suo pezzo che s’è ammutolito. Vuol ritornare al pezzo. Stroncato, vuole rialzarsi per ricombattere. Tenta di levare la mano intrisa, per minacciar vendetta.

«La batteria non tira più!»