Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/107

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A mano a mano che Ettore si veniva spiegando (crescendo sempre di forza nel dire, nella voce e ne’ gesti) il respiro di Ginevra diveniva più frequente; il seno, come fa una vela investita dai soffi d’un vento che incalza, si alzava e s’abbassava gonfio di affetti impetuosi, discordi, ma però tutti degni di lei; gli occhi che parevan temperarsi a seconda delle parole del giovane, s’accendevano, gettavan faville.

Alla fine colla mano bianca e gentile afferrò l’elsa della spada di Fieramosca, ed alzando la faccia arditamente, diceva:

— Se avessi il tuo braccio! se potessi far fischiare questa, che reggo appena! non anderesti solo: no! e non mi toccherebbe forse di sentirmi dire, hanno vinto gl’Italiani, ma v’è rimasto.... Oh, lo so, lo so. Vinto non ritornerai.... e qui presa dal pensiero del vicino pericolo non poteva frenare una pioggia di lagrime, alcune delle quali caddero sulla mano di Fieramosca.

— Per chi piangi? Ginevra, vorresti per cosa del mondo che non s’avesse a combattere questa sfida?

— O no, Ettore: mai, mai! Non mi far questo torto: ed asciugando le lagrime, sollecita seguiva: non piango.... ecco, è finito.... è stato così un momento.... Poscia con un sorriso, che le palpebre ancor umide rendevano più bello, diceva:

— Mi son voluta far troppo brava a parlar di spade e di battaglia, poi ecco mi fo scorgere; me lo merito.

— Le donne del tuo taglio possono far fare miracoli alle spade senza toccarle; potreste voltar il mondo sottosopra.... se sapeste fare. Non parlo per te, Ginevra, ma per le donne italiane, che pur troppo non ti somigliano.

Quest’ultima frase fu udita da Zoraide sopraggiunta con un canestro pieno di frutta, di focacce, di mele e di altre gentilezze: lo teneva infilato nel