Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/121

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— Su, coraggio, ora è tempo mostrarvi di saldo animo: presto, via, domandate ciò che volete. Tutto era inutile, il podestà non poteva nè muoversi, nè rispondere, nè rifiatare.

Perchè D. Michele parlò all’apparizione alcune parole, in lingua ignota, alle quali per sola risposta quella alzò lentamente un braccio indicando una sepoltura che avea la pietra già smossa.

— Avete inteso? dice che cavando costì troveremo tanti fiorini che saremo contenti.

Ma l’altro parea che non sentisse. Vedendo che non v’era da sperare di farlo movere, D. Michele si condusse alla sepoltura, e facilmente vi si calò. Poco stante, riuscì fuori con un vaso di ferro mezzo coperto di terra, e venuto dove il podestà era rimasto senza poter muovere un dito, versò innanzi a lui una buona quantità di monete d’oro, o almeno parean tali, che caddero in terra senza potere colla loro vista esser da tanto di rimetter il fiato in corpo a quello che s’era posto in tanto travaglio per ottenerle.

L’ultima moneta non era appena caduta sul mucchio dell’altre, quando, spalancarsi con fracasso la porta, saltar in chiesa quindici o venti ceffi di ribaldi armati di picche e partigiane, essere addosso ai due appuntando loro l’arme al petto ed alla gola fu tutt’una cosa.

D. Michele ebbe appena il tempo di gettar la mano sull’elsa, ma sentendo quattro o cinque punte che gli scucivano la cappa e qualcuna un poco lo pungeva, gli convenne star fermo senza far un sol atto, che altrimenti era morto.

Nel podestà era già prima tanto spavento, che questo nuovo accidente non poteva produrre in lui nessun effetto visibile. Rimase come si trovava con gli occhi stravolti, il capo ficcato nelle spalle, congiunte le mani con moto involontario stringendo insieme certe