Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/122

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capitolo ix. 119

sue dita secche e scarne, con tanta forza che le unghie gli entravano nella pelle, e disse con voce soffocata: Non mi ammazzate, sono in peccato mortale!1

La lanterna in quel trambusto s’era rovesciata, ed illuminava da sott’insù quella strana brigata, che, rimasta così un momento immobile per accertarsi che i due presi non si sarebber nè voluti nè potuti difendere, appariva composta della mala razza che in quei tempi erano detti venturieri. Ora li chiamiamo assassini, ed anche allora lo erano, ma si distinguevano con questo nome specialmente le bande composte la maggior parte di soldati che avean abbandonate le bandiere per unirsi sotto un capo, e rubar i paesi facendo quanti mali potevano.

Alcuni armati d’un petto o corsaletto, chi con una cervelliera di ferro, quali colle spade, chi con pugnali, chi con coltello, molti con cappelli a punta, su’ quali svolazzavano penne e nastri, e quasi tutti o sul petto o sul capo aveano l’immagine di qualche Madonna. Molti invece di scarpe portavano sandali di pelle di capra, coi quali potevano meglio reggersi ed arrampicarsi per le montagne.

Dei visi non è da dire. Veduti al lume di quella lanterna colle barbe ed i baffi lunghissimi, incolti ed arruffati, parean demoni scatenati.

Un di costoro, gettata in terra la partigiana che teneva alla gola del podestà, strappò ad esso ed al suo compagno l’arme d’accanto, e scosse loro i panni per vedere se ne avessero altre nascoste.

Nel tempo di questa baruffa, lo spettro sbrigatosi dal

  1. Questa ragione onde aver la vita salva, ha in oggi ancora molto potere sui così detti briganti della campagna di Roma. Chi scrive queste parole conosce un uomo che in tal modo è campato dalla morte, forse altrimenti inevitabile.