Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/131

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128 ettore fieramosca

mio riscatto: non credevo di valer tanto poco, e per insegnarti a stimar i pari miei te ne darò dugento!(Il Tedesco spalancava gli occhi, e gli veniva l’acqua alla bocca); sì, dugento, e poi questo non sarebbe niente.... Se m’avessi faccia di saper servire con accortezza e fede.... ti vorrei far una sorte da farti maravigliare, eh! Ma è inutile; bisognerebbe essere svelto, saper parlare, tacere a tempo, insomma non aver quel viso di pastinaca, e quegli occhi spenti che pajon pappa coll’olio.

Martino al veder tanta sicurezza credeva di sognare, e gli passavan per la mente mille idee d’aver forse in suo potere qualche principe o qualche gran personaggio travestito; ma non potendo fissarsi su di nessuna, e mal soffrendo di vedersi poco rispettato nella sua reggia, rispose:

— Ma in nome di Dio, o del diavolo che vi porti, chi siete? che cosa volete? Parlate, che sono stufo, e non sono il buffone di nessuno.

— Piano, piano, e colle buone, che se la mi salta, non vi dico più altro, e peggio per voi. Sappiate dunque....

Un soldato, che entrò, interruppe D. Michele dicendo:

— Conestabile! si vede un polverio sulla strada verso Barletta, paion cavalleggieri, almeno così dice Sandro, che ci vede più di tutti.

Il Tedesco si scosse, guardò il suo prigione, che ridendo maliziosamente disse:

— Io ve l’aveva detto. Ma non abbiate paura. Giudizio! e la finirà bene. Va, disse poi al soldato, e, se v’è nulla di nuovo, avviserai. Dunque, come dicevo, dovete sapere che qui nel monastero v’è una persona tenutavi da tali che non occorre mentovare, la quale amerebbe meglio andar pel mondo a godersela senza aver sempre fra piedi moccoli e croci. Qui si tratta