Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/15

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12 ettore fieramosca


— Michele, è tempo dunque d’essere accorto; sai chi sono, e più non ti dico.

Michele intese benissimo la forza di queste poche sillabe; accennò col capo che farebbe, e s’avviarono all’osteria.

Davanti alla porta principale di questa, sei pilastri sottili di mattoni rozzi sostenevano un pergolato, sotto il quale erano parecchie tavole disposte all’uso degli avventori. L’oste (il cui nome era Baccio da Rieti, ma che per certi sospetti aveva dal popolo il soprannome di Veleno e così veniva chiamato da tutti) avea fatto dipingere fra due finestre un gran sole in rosso, al quale il pittore, secondo nozioni astronomiche che non sono perdute ancora, aveva attribuito occhi, naso e bocca, con certi raggi color d’oro, fatti a coda di rondine, che di giorno si vedevano un miglio lontano. L’interno della casa era diviso in due piani: uno stanzone terreno serviva di cucina e di camera da mangiare; per una scala di legno si saliva al secondo, ove l’oste abitava colla famiglia, e con qualche disgraziato quando capitava a passar ivi la malanotte. L’uso comune d’Italia era in quei tempi di cenare alle ventitrè: a quest’ora pertanto non si trovavano colà che pochi soldati o capi-squadra seduti sulla porta al fresco, della compagnia del signor Prospero Colonna, che seguiva la fortuna di Spagna; tutti giovani arditi, che quivi cogli altri bravi dell’esercito avean costume di ripararsi. L’oste, che sapeva il suo mestiere, non lasciava mancar loro nè carte nè vino; ed essendo uomo sollazzevole e pieno di grilli, sempre piacevolmente ad ognuno diceva la sua; e così intrattenendoli spillava loro i danari. Stava appunto Veleno ritto sull’uscio, facendosi vento colla berretta, il grembiule alzato sul fianco; e le parole, le risa e il romore andavano alle stelle.

Giunsero i due forestieri, e per non parer tali cam-