Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/16

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capitolo i. 13

minavano passo passo, fermandosi spesso e cicalando fra loro; quando furono rimpetto all’uscio, e ’l chiarore del focolare di dentro percosse loro nel volto, apparvero vestiti nè più nè meno come ogni altro che fosse quivi. Poco badò loro la brigata quando entraron dentro; se non che uno, che era seduto più lontano, e stando all’oscuro aveva meglio veduto costoro, non potè far che non desse in un oh! di grandissima maraviglia, e dicesse mezzo rizzandosi: il duca!.... Il suono col quale fu pronunziata questa parola mostrava dovesse esser seguita da un nome; ma un leggiero volger d’occhio di colui che entrava, bastò a rimandargli questo nome in gola. Nessuno avea posto mente a questo suo sbigottimento: un solo compagno che gli era presso gli disse:

— Boscherino! Che duca ti vai sognando? Pure non t’ho visto bere oggi. Ti par egli luogo da duchi codesto? Non parve vero a Boscherino di non trovar fede, e d’esser tenuto pazzo o briaco; e senza entrar in altro, volse destramente le parole, ritornando ai discorsi di prima.

Dietro i due entrati nell’osteria s’avviò Veleno colla sua rotonda e bisunta persona, e con una cera olivastra, barbuta e maliziosa, nella quale si vedeva un miscuglio che teneva del coviello e dell’assassino. Senza molto scomporsi fece l’atto di far di berretta, e disse:

— Comandate, signori.

Quegli che già sappiamo chiamarsi Michele, fattosi avanti, disse:

— Si vorrebbe cenare.

L’oste si scontorse, e rispose con tuono afflitto, che si sforzò di far apparire sincero, — Cenare? Vorrete dire mangiar un boccone alla meglio, se pure si potrà metter insieme.... Dio sa che cosa v’è rimasto in casa in questa stretta d’assedio! Chè prima un pane