Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/153

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Capitolo XII.


Ritornata la comitiva in Barletta, scavalcò alla rôcca. I nuovi ospiti vennero allogati nelle migliori stanze, e, scioltosi il corteggio, ognuno si preparò alle cacce ed alle giostre che dovevano aver luogo nella giornata.

Sulla piazza era stato eretto uno steccato con gradinate e palchi di legname all’intorno, ornati quanto più s’era potuto, ed in certi rimessini appropriati a tal uso si guardavano da più giorni tori, giovenchi e bufali selvaggi destinati allo spettacolo allora tanto gradito agli Italiani, ed al quale non isdegnavano prender parte i primi fra i signori. In questo luogo medesimo, che era sterrato e ben adatto, doveva seguire la giostra; onde già era pieno di popolo in ogni parte, ed i tetti, le finestre, tutti i luoghi elevati si vedevano guerniti di spettatori. I sergenti ed i donzelli con farsetti a diversi colori, spazzata ed innaffiata la piazza, aspettarono l’arrivo di Consalvo.

Egli giunse ben tosto con tutti i suoi avendo alla destra il duca di Nemours ed alla sinistra D. Elvira. Fatto il giro dello steccato, smontò ad un palco più grande e meglio addobbato, ch’era in uno dei lati, e fra gli evviva e le grida che il popolo dona facilmente allo sfoggio delle vesti, all’oro, ed all’altre gale, sederono tutti, e fu dato il segno di lasciare il primo toro.

Il bisbiglio delle turbe, e le contese che in casi simili nascono fra gli spettatori dalla gara d’occupare i migliori posti, cessarono all’aprirsi del rimessino. Si lanciò nell’arena un gran toro tutto nero il capo e le parti anteriori, colla groppa d’un bigio scuro: sno-