Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/156

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capitolo xii. 153

era pazzo per i divertimenti, messosi indosso i migliori panni ed al cappello un bel mazzetto, si disponeva entrare nel suo battello, che appena spuntava l’alba. Zoraide gli si fece incontro al sommo della scala che per pochi scalini scendeva al mare, ed era vestita con più cura che non parevan domandarlo il luogo e l’ora.

— Gennaro, disse: verrei con te a Barletta. Queste poche parole erano state pronunciate con una certa situazione così nuova per Gennaro, avvezzo ad udirla parlar risoluto e tronco, che rimase un momento guardandola prima di rispondere che era padrona, ed era troppo onore per lui, e solo gli doleva non avere spazzato il battello e messo un panno onde stesse con maggior agio. — Ma ora torno; fo in un momento — disse, e voleva andare per le cose che gli occorrevano; Zoraide gli afferrò un braccio, e l’ortolano si sentì dare tale stretta che la guardò negli occhi, pensava fra sè; è impazzita, o spiritata costei?

La donzella aveva lasciata Ginevra ancora in letto, e non voleva entrare in ispiegazioni circa questa sua gita, che non poteva a meno di non parere strana, essendo la prima volta che usciva dal monastero. Le sembrava ogni momento che si tardasse a partire veder comparire la sua amica.

Perciò con poche parole, e con voce di comando più che di preghiera affrettò l’ortolano a scendere, e fu da lui condotta alla città. Costui mentre remigava non ristette mai dal cicalare, dicendole che l’avrebbe menata per tutto, che era amico del cameriere di Consalvo, e che nessuno meglio di lui avrebbe potuto trovarle luogo per goder delle feste. Giunsero sulla piazza al Castello quando Consalvo e tutti i suoi coi baroni francesi si avviarono ad incontrar D. Elvira; e le preghiere di Zoraide che non la lasciasse sola non volsero a trattener Gennaro dal seguir la caval-