Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/155

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za antica, e dagli obblighi che gli aveva grandissimi, era fatto ora più intenso dal frangente in cui si trovavano, dall’idea che forse una morte gloriosa l’avrebbe troncato per sempre, e dal virtuoso rimorso (giacchè nulla più dei gravi ostacoli suole accender la mente ed il cuore) che l’ammoniva esser obbligo suo tentar ogni via per ritornar col marito, ed allontanarsi da quello che, malgrado la loro scambievole virtù, la teneva sull’orlo del precipizio. Si ricordava d’aver promesso a Dio ed alla Santa del monastero di palesare ad Ettore la risoluzione presa di abbandonarlo: trovava scusa di non averlo fatto nel riflettere che il giorno in cui doveva annunziargliela le era venuto dicendo della sfida; ma sentiva pure dentro di sè che questa causa poteva farle perdonare una dilazione, non doveva però mai toglier l’esecuzione del tutto.

Oltre questi pensieri che già abbastanza la travagliavano, le era sorto nella mente un doloroso sospetto sul conto della sua amica. Le donne hanno un senso intimo, direi quasi un istinto, che le guida ad iscoprire l’amore anche quando più si cela nel fondo del cuore. Ginevra s’avvide presto che Zoraide non era più quella di prima. Indovinava anche troppo la cagione del suo cambiamento. Le due amiche passarono così alcuni giorni, ma non era più fra loro quell’amorevole e spensierata familiarità di prima.

Intanto nel monastero fra l’ortolano Gennaro, le converse e gli uomini di munizione della torre non v’erano altri discorsi che delle feste si dovevan fare in Barletta, e chi v’andava alle volte per sue faccende, sempre tornava raccontando ciò che si preparava colà e che si diceva sulle allegrezze di quel giorno: tantochè venuta quella benedetta mattina, a riserva di coloro che assolutamente non potevano, gli altri se n’andarono sul far del giorno alla città per prender posto, e l’ortolano che, come tutti gli uomini meridionali,