Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/167

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Quando venne lo Spagnuolo a domandargli se volea scender nell’arena, rispose negativamente con ingiuriose parole, e soggiunse che i cavalieri francesi a cavallo e colla lancia in pugno erano i primi del mondo, e come nobili e cavalieri volevano combattere e vincere cavalieri pari loro in giusta guerra, e l’arte di uccider tori la lasciavano ai villani ed ai beccai, onde gli si levasse d’innanzi, nè gli affastidisse più il cervello. A così bestiali parole rispose Diego Garcia con altrettante e maggiori; l’uno e l’altro fecero segno di por mano all’arme: a questa rissa che succedeva nel palco dei cavalieri, si volsero Consalvo, il duca di Nemours, e tutti gli spettatori; e per dirla in breve ne nacque un’altra sfida colla quale Garcia montato in superbia, con alta e terribil voce chiamò i Francesi, e s’offrì combatterli a cavallo, e mostrar loro che gli Spagnuoli anche in questo modo non tanto gli eguagliavano, ma erano dappiù di loro.

I capitani di Francia e Spagna vedevano con piacere lo spirito marziale mantenersi ed accrescersi nei loro eserciti col mezzo di queste gare, che parevano in quei tempi rinnovare i romanzeschi fatti narrati dai poeti e dai trovatori. Accordarono quindi licenza anche per questa disfida, ed in pochi momenti fu stabilito il numero ed il nome de’ guerrieri, e si combattesse dieci contra dieci fra due giorni lungo il lido sulla strada di Bari. Ma posero per condizione che di questa lite più non si facesse parola per quel giorno, onde le feste non ne venissero turbate. I cavalieri delle due parti furono contenti, ne dieder segno stringendosi la mano, e tornaron tutti tranquillamente ai loro luoghi.

Mentre succedevano questi trattati, gli uomini che avean cura della piazza ne toglievano il corpo dell’ultimo toro, e spargendo rena e segatura sul luogo ove era caduto, ne facevano sparire ogni traccia di sangue.