Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/168

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capitolo xii. 165

Fanfulla ch’era loro guida ebbe da Consalvo l’ordine di ammannire per la giostra: in pochi minuti fu innalzato in mezzo all’arena un tavolato a guisa d’un muro, ritto da pali fitti in certi buchi già prima preparati a quest’uso. Si stendeva per la piazza quant’era lunga, come l’asse che traversa due fuochi d’un’elissi, e poteva in altezza giungere al petto d’un uomo ordinario. I due estremi non toccavano la circonferenza lasciando sotto i palchi una apertura per tre cavalli di fronte. Secondo questa maniera di giostra, volendosi correr la lancia a ferri spuntati, i due cavalieri si ponevano alle estremità in modo che lo steccato fosse fra loro, e rimanesse alla destra di ognuno: poi urtando il cavallo, correvano, sempre radendolo, e nel passare si ferivano; un tal modo era meno difficile e pericoloso, essendo indicata al cavallo la strada, ed al cavaliere il punto ove troverebbe il suo avversario. In fondo alla piazza dalle due parti furono posate due botti ad un solo fondo, piene di rena, nella quale si fissero lance d’ogni grossezza che i combattenti toglievano nel passare, quando, avendo rotta la loro senza che nessuno dei due fosse abbattuto, voltavano dietro i capi dello steccato, e tornavano ad’incontrarsi, ognuno dal lato ov’era nella corsa antecedente il suo antagonista.

Quando tutto fu all’ordine, venne Fanfulla al piede del palco, ove sedeva D. Elvira, e le disse che stava a lei dare il segno. La figlia di Consalvo gettò nell’arena un suo fazzoletto: nello stesso tempo fu dato nelle trombe ed entrarono a cavallo, armati di lucentissimi arnesi, con tante penne, tanti ricami e tante gale che era una ricchezza a vedere, i tre Spagnuoli che toglievano a difendere il campo, offrendo tre colpi di lancia e due d’azza a chiunque si facesse avanti.

I campioni erano don Luis de Correa y Xarcio,