Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/172

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Capitolo XIII.


Al suono delle trombe comparve Correa armato d’azza e d’un piccolo scudo rotondo, per rispondere all’appello di Bajardo, che scavalcato risalì su un cavallo fresco e si preparò al combattimento: mossero i due avversarj l’uno contro l’altro non più lanciando i cavalli a tutta briglia, ma col contrasto del frene degli sproni tenendoli a un mezzo galoppo fin che furono vicini. In questa zuffa la velocità della carriera non serviva, come nel correre la lancia, ad accrescere impeto ai colpi. La loro virtù nasceva più assai dal vigor del braccio, od in gran parte dal saper governare in modo il cavallo che impennandosi facesse a tempo una volata, ricadendo sulle zampe davanti; il momento della ricaduta era scelto dal cavaliere per calare il colpo col quale si cercava per solito di ferire sull’elmo il nemico, e quando ciò veniva fatto a tempo, era tale la percossa, che difficilmente vi si reggeva. Al primo incontro, i due cavalli benissimo avvezzi ed ammaestrati s’alzarono e ricaddero insieme, onde i guerrieri coperti dagli scudi non poteron colpirsi e passaron oltre. Al secondo, succedette lo stesso. Conosciuto Bajardo il fare dell’avversario, mosse la terza volta con maggior furia, e Correa dovè far lo stesso; ma quando si trovaron quasi a fronte, il Francese fermò a un tratto sulle groppe il cavallo nel punto che il suo nemico non aspettando tal cosa avea levato in aria il suo credendo vibrare il colpo, ma ricadde senza averlo potuto. Bajardo colse con incredibil prestezza il momento, alzò l’azza a due mani, diede di sprone, e ritto sulle staffe calò sull’elmo di Correa un grandis-