Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/198

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capitolo xiv. 195

cambiamento. Un tal pensiero la rese indulgente; così anch’essa pose fine al discorrere; e rimasero ambedue per lungo tempo in silenzio fra il romore e la festa del resto della brigata. Ma la povera Elvira si lusingava troppo; la cagione del turbamento di Fieramosca era ben tutt’altra, ed era nata per una fortuita combinazione. Al luogo ove sedeva, aveva rimpetto i larghi finestroni della sala divisi da due colonnette gotiche, e pel caldo essendo lasciati aperti, si vedeva al di fuori tutta la marina col Gargano tinto del bel ceruleo che prendono i monti sul mezzogiorno quando l’aria è limpida e serena: fra mezzo sorgeva dal mare l’isoletta e il monastero di S. Orsola, e potevasi discerner persino, come un punto oscuro sulla facciata rossiccia della foresteria, il balcone di Ginevra sotto la vite che gli faceva ombra. Sulla tinta pura di questo quadro vedeva campeggiare la figura oscura di Grajano che stava seduto fra esso ed il barone.

Il contrasto del cielo faceva parer più acceso ed infuocato il color della sua carnagione, ed accresceva l’espressione rozza e non curante della sua fisonomia. Pensando Fieramosca quale fosse l’uomo che avea davanti si sentiva distruggere. Buon per lui che non sapeva in quale maggiore stretta si trovasse allora Ginevra! che appunto in quel momento, avendo udito da Gennaro che Grajano era in Barletta, scendeva in chiesa, e vi fermava il proposito d’abbandonar quei luoghi per sempre.

Nel tumulto d’una mensa tanto numerosa, poco o nulla si badava ad Ettore e a D. Elvira; ma Vittoria Colonna, nella quale era già nato un sospetto, avea posto mente ai visi mutati dei due giovani, e dubitando che fossero tra loro passati ragionamenti più stretti, stava coll’animo sollevato e l’occhio attento osservando gli atti del cavaliere della sua amica, per la quale non poteva a meno di non tremare. Mentre