Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/21

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18 ettore fieramosca

trovato innanzi, non gli facesse tremar le ginocchia; e se avesse potuto scegliere, avrebbe tolto di scagliarsi piuttosto contra dieci spade che andare dov’egli andava. Ripensando alle cose passate poco prima, ben s’appose al vero, e disse fra sè:

— Troppo son certo ch’egli m’ha udito quando dissi il duca.... Il diavolo dell’inferno mi mosse la lingua.... eppure era discosto, e non mi pare d’aver alzato tanto la voce. Ma dove non giungerebbe quell’anima dannata.... Ed ora che malanno sarà venuto a far qui?

Con questi pensieri furono all’osteria. La sola gente di casa era in cucina. Il duca s’era fatto condurre nella camera ove dovea dormire, che era sopra il camerone della cena; e le tavole del soffitto essendo mal connesse, lasciavano tanto di spazio che si poteva vedere ed udire ogni cosa di sotto.

All’oste era bensì passato un sospetto pel capo che costui non fosse quello che si mostrava; ma stretti dal nemico soltanto dalla bande di terra, capitavano quivi per via di mare ogni qualità d’uomini; nè si faceva gran caso d’un viso che non fosse appuntino degli ordinarj.

Salirono la scala D. Michele e Boscherino, e vennero alla camera dov’era il duca. Un letto ricoperto di sargia bigia, un piccol desco e pochi sgabelli erano il solo mobile della stanza. La lucerna, che si veniva smorzando, col vento che fece la porta aprendosi, si spense; e Boscherino, mentre D. Michele andò per altro lume, si trovò quivi allo scuro col duca. Rimase immobile dov’era, rannicchiandosi al muro, non osando far parola e nemmeno quasi fiatare, e stupiva di ritrovarsi così dappoco, egli che non stimava persona al mondo. Ma il sapere d’essere alla presenza di quel maraviglioso e terribile uomo, il sentirselo tanto vicino, che, nel silenzio in cui stavano amendue, po-