Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/274

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capitolo xviii. 271

una lettera a Prospero Colonna, nella quale fosse ordinato che il poco suo avere in Capua, cioè la sua casa, un podere e gli arnesi ed i cavalli che pure eran del valore di molte migliaia di ducati, tutto fosse di Maria Ginevra Rossi di Monreale. Riaccese il lume ed in poco tempo ebbe scritta la lettera; allora pensò d’acchiudervene un’altra per Ginevra come di commiato, e per raccomandarle la giovane saracina, alla quale aveva pur tanti motivi d’essere riconoscente; e come già cantavano i galli, e s’accorgeva che gli uomini sotto nella stalla cominciavano a risentirsi, a far romore, mancandogli il tempo, scrisse soltanto queste poche righe:

«Ginevra, io sto per montare a cavallo, e non so s’io n’abbia a scender vivo stassera; se il Cielo ha disposto che debba esser altro di me, non dubito punto che dopo aver dato qualche lagrima a quello che sin da fanciullo ti fu con tanta fede amico e servo, tu non ti rallegri aver io incontrata una morte della quale non si poteva immaginare nè la più gloriosa nè la più bella. Sarai contenta goderti per amor mio la poca roba che ho di casa; sai che son libero e senza parenti prossimi. Solo ti raccomando, e non accaderanno per questo molte parole, il mio famiglio Masuccio che dal giorno in cui all’Ofanto toccò quella ferita nella spalla, poco si può ajutare, e correrebbe rischio, ove tu non lo soccorressi, di dover accattar per Dio, e ne sarebbe poco onore alla mia memoria. Un’altra cosa mi rimane a dirti. Tuo marito è al soldo del duca di Nemours: non ho più tempo; sento che in casa Colonna si sta per dar il segno, Dio ti guardi; ti raccomando anche Zoraide.

Ettore.


Difatti si udiva il trombetta il quale com’è loro uso, preparandosi per sonar la sveglia si metteva alle labbra la tromba ricavandone suoni brevi ed in-