Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/305

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Conclusione.


Tutti coloro che narrano o scrivono una storia, (siamo sinceri) hanno in sè un po’ di speranza ch’essa possa dilettare e che si trovi qualcuno che l’ascolti o la legga fino alla fine: anche noi abbiam sempre avuto riposta in un cantuccio del cuore questa speranza, che simile alla fiamma d’una candela esposta al vento alle volte si faceva maggiore, (rida pure il lettore che ha ragione) alle volte piccina piccina e stava per ispegnersi; ma l’amor proprio ha saputo governarla così bene che non s’è spenta mai fin’ora.

Se questo sottile adulatore non ci ha ingannati; se realmente s’è trovato un lettore abbastanza paziente per accompagnarci fin qui, possiam lusingarci che abbia caro udire qualcosa di più sul conto di Fieramosca, e noi molto volentieri gliene diremo ciò che ne abbiamo potuto sapere.

Quando Consalvo ebbe licenziato i vincitori ed i prigioni, questi vennero accolti e ben trattati in casa di Colonna, ove dormirono quella notte; e l’indomani essendo stati recati i danari del riscatto dal campo francese, vennero rimandati liberi ed accompagnati da molti fin fuori della porta con quelle dimostrazioni d’onore che meritava la loro valorosa difesa.

Ma Fieramosca, uscito appena dalla presenza del gran Capitano, non badò più a loro. Poteva finalmente pensare a sè ed a Ginevra, onde si tolse chetamente di mezzo a’ suoi compagni che se n’andavano fra una turba d’amici, e che inebriati per l’allegrezza della vittoria non potevano in quel momento aver altri pensieri, nè por mente a lui. Vide in fondo ad una delle logge