Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/31

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28 ettore fieramosca


— Credo che saprete, (prese la parola La Motta) che il reame di Napoli è feudo della Santa Sede, e che Charles n’ebbe l’investitura: e poi il diritto d’una buona spada vale qualche cosa.

— E poi, e poi.... Diciamo la cosa com’è, — riprese Inigo, — le barbute tedesche di Manfredi, ed i mille cavalieri italiani che guidati dal conte Giordano combattevan contra i Francesi s’erano mostrati tali dal principio della battaglia, che Carlo d’Angiò non istimò inutile, volendosi far re di Napoli, di ricorrere a questo espediente a malgrado les bonnes coutumes de chevalerie, in vigore a quei tempi.

— Vi concederò se volete, — rispose La Motta, — che i Tedeschi valgano qualche cosa sotto la corazza, ed avranno forse potuto far testa qualche momento alla gendarmeria francese, nella giornata di Benevento; ma quanto ai vostri mille Italiani, veramente! se erano dugento anni fa, quel che sono al dì d’oggi, non faceva bisogno che per metterli in rotta i Francesi perdessero il tempo a storpiare i loro poveri cavalli. Da cinque anni che scorro l’Italia, ho imparato a conoscerli, ho seguito il re Carlo nella compagnia del prode Louis d’Ars, e v’assicuro che le frodi degli Italiani ci hanno dato a fare più delle loro spade. La sola guerra che essi conoscano è la sola che ignori la lealtà francese.

Queste gonfie parole poco piacquero a tutti, e niente affatto ad Inigo, che aveva coltura ed ingegno più che mediocre: era amico di molti Italiani militanti sotto le bandiere di Spagna, e conosceva com’erano andate le cose nella calata di Carlo in Italia. Sapeva, per dirne una, che, a malgrado la lealtà francese, ai Fiorentini non era stato tenuto l’accordo, ed erasi loro fatta ribellar Pisa; nè le fortezze che l’imprudenza di Pietro de’ Medici avea poste in mano loro erano, secondo la fede data, state restituite al