Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/311

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308 conclusione.


Ettore, giunto al basso, vide; stette immobile; senza mandar una voce, senza far un atto, senza batter palpebra: il suo viso a poco a poco s’affilò, divenne pallido come la morte, le labbra gli tremavano convulse, e grosse gocciole di sudor freddo gli scorrevano dalla fronte.

A Zoraide si raddoppiarono i singhiozzi, e fra Mariano con voce malferma che mostrava quanto il suo cuore si lacerasse alla vista dell’infelicissimo giovane, potè pur dire:

— Jeri è volata in cielo, Dio la fa ora più contenta che non sarebbe stata fra noi....

Ma anch’esso, il buon frate, sentì dal pianto troncarsi le parole, e tacque.

La pietra ricondotta coi pali di ferro sul vano della tomba trovò il suo incastro, vi cadde, vi si fermò.

Ettore era sempre immobile: Fra Mariano venne a lui, gli prese la mano, che ebbe senza resistenza, l’abbracciò, lo volse per farlo uscir di colà, ed Ettore obbedì. Saliron la scala, usciron di chiesa; duravano i lampi, i tuoni e l’acqua a secchie. Quando furon presso la foresteria, si sviluppò Fieramosca dalle braccia del frate, e prima che questi potesse quasi profferir parola, era già in sella curvo sul collo del cavallo, fittigli nella pancia gli sproni; ed il galoppo sonava sotto il portone della torre.

Nè gli amici di Fieramosca, nè uomo nessuno di quell’età lo vide mai più d’allora in poi, nè vivo nè morto.

Si fecero varie congetture sulla sua fine, tutte però vane ed incerte. Una sola potè presentare un tal che di verisimile, e fu questa.

Alcuni poveri montanari del Gargano, che attendevano a far carbone, raccontarono ad altri villani (e così da bocca in bocca dopo molto tempo corse la voce in Barletta, quando già s’era levato il campo