Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/312

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conclusione. 309

spagnuolo) che era loro comparso, una notte d’un gran temporale, una strana visione d’un cavaliere armato a cavallo sulla cima di certe rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel mare; cominciarono a dirlo pochi, poi molti, poi alfine tutti dissero e tennero per fermo fosse stato l’arcangelo S. Michele.

Quando però lo seppe Fra Mariano e venne a confrontar l’epoche, pensò invece potesse esser stato Ettore, che fuor di sè, spinto il cavallo in luoghi difficilissimi alla fine fosse caduto con esso in qualche ignoto precipizio e forse anche nel mare.

Nel mille seicentosedici, essendo rimasto a secco un tratto di una scogliera sotto il Gargano, ad un pescatore venne veduto incastrato fra due pietroni un ammasso di ferraglie quasi interamente rose dal salso marino e dalla ruggine, e vi trovò fra mezzo ossa umane, e il carcame d’un cavallo.

Ora il Lettore pensi ciò che gli parrà meglio, che la nostra storia è finita.

Credere ch’ella possa venir bene accolta per i suoi meriti sarebbe vana e ridicola lusinga; ma stimiamo ci sia lecito sperare che gl’Italiani accettino con amorevole indulgenza il buon volere di chi ricorda loro un fatto, che tanto gli onora. Per far vieppiù risplendere il valore de’ vincitori non ci siam creduto lecito introdurre circostanze a carico de’ vinti, che si scoprissero false leggende le storie di Giovio, di Guicciardini e degli altri scrittori che parlano di questo fatto. Non era nostro scopo far ingiuria al valor dei Francesi, che siamo i primi a riconoscere ed a lodare; ma soltanto render noto quello che mostrarono gli Italiani, e non avevam bisogno d’alterar la storia, dalla quale ci vien reso piena giustizia. A questo proposito ci sia lecito dichiarare quanto da noi si stimi sciagurata contesa quella che accende gli uomini delle