Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/313

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310 conclusione.

diverse nazioni a rinfacciarsi a vicenda, e spesso ajutandosi con menzogne, le loro onte ed i loro delitti: e quanto all’opposto si reputi degno ufficio di chi vuole il bene dell’umanità, con quella legge d’amore e di giustizia proclamata dal Vangelo, il porre un piede su queste faville d’odj pur troppo lunghi e micidiali.

Ma che diremo delle inimicizie ancor più sacrileghe e più insensate, che son durate sì lungamente e sì frequentemente risorte fra le varie parti d’una stessa nazione? Pur troppo l’Italia non può in questo rifiutare un primato di colpa e di vergogna, come in altre cose nessuno le nega un primato di merito e di gloria. E sebbene quelle inimicizie sieno state sempre e sieno più che mai deplorate e maladette, troppo è lungi ancora che il biasimo arrivi alla misura del fallo.

Ci sembra adunque che chi si fa di nuovo a notare alcuno di quei fatti dolorosi di che abbondano pur troppo le nostre storie, possa bensì adempiere imperfettamente un grande ufficio, ma non aver taccia di fare un ufficio inutile. Ci sembra di più che questo giudizio di disapprovazione debba apparir più sincero e riuscir più efficace quando uno lo porta su quella parte d’Italia ove è nato; chè altrimenti il giudizio potrebbe parer forse parziale, e non in tutto scevro da quel miserabile astio di municipio che intende vituperare. Perciò credemmo che ad un uomo nato in Piemonte convenisse più che ad altri far cadere sulla memoria di Grajano d’Asti il biasimo che hanno meritato l’opere sue.

Già l’illustre conte Napione espresse l’opinione dei Piemontesi sul conto di costui così scrivendone1 «...quel nostro Astigiano che nel famoso abbatti-

  1. Napione. Dell’uso e dei pregi della lingua italiana. Lib. I. Cap. IV.